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LA FOTOGRAFIA È UN PONTE | Alessandra Chemollo | TEDxReggioEmilia


buongiorno a voi

sono molto felice di essere qui quando

ero al liceo

avevo un amico che tirava di scherma

era un atleta che si allenava a quella

nazionale una cassa molto bello e la sua

mano destra era decisamente più grande

della sua mano a sinistra questo perché

da quando era bambino ogni giorno come

una goccia sulla pietra si allenava in

modo asimmetrico la mano di giovanni mi

è venuta in mente una mattina non tanto

tempo fa svegliandomi ne ho pensato

chissà in che modo la fotografia il

fare fotografia da 30 anni ha modificato

il mio corpo e soprattutto il mio modo

di pensare quando fotografo mi succede

una cosa speciale bellissima la mia

mente diventa multa e silenziosa e e si

sviluppa una sorta di ponte che mi rende

capace di cogliere la realtà della cosa

che ho di fronte che mi rende capace di

estrarne delle immagini che sono molto

specifiche che riescono a descrivere

molto bene la cosa che gli ho di fronte

ma che contemporaneamente sono anche

delle immagini che vanno a risvegliare

una parte profonda di me che vanno come

a rivelare delle verità che io molto

spesso sono in grado di capire solo dopo

perché nel mio pensiero

le mie parole arrivano un po dopo

potremmo dire che la differenza più

grande che c’è tra un discorso fatto

con le parole che non è la le parole

come se fossero delle perle di una

collana e un discorso fatto con la

fotografia quello che ci dice la

fotografia proprio questo che la

fotografia è come se congelasse

l’intuizione che noi abbiamo di quella

cosa ci permette di portarci a casa

arci dopo ed è una cosa grande una

rivoluzione del pensiero in questo

giorno dedicato alla bellezza ea come

tutti noi possiamo cercare di

ristabilire il valore della bellezza e

anche usare la bellezza per risvegliare

quello a cui noi teniamo e per dargli

valore non possiamo dimenticare un libro

molto importante per noi fotografi che

si chiama proprio la bellezza in

fotografia è un libro è stato scritto

da un signore che si chiama robert adams

che ha detto molte cose ma ha detto una

cosa molto speciale che ha la forza di

un immagine lui dice che l’etimologia

persiana della parola paradiso è un

luogo decentrato e robert a dice in

fondo anche l’inquadratura non luogo

cintato potremmo dire che l’inquadratura

è il paradiso del fotografo grazie all

inquadratura infatti fotografo riesce

appunto a sottrarre un pezzo di mondo e

di spazio riesce a portarselo via

e questa sottrazione che lui fa in fondo

è quello che permette di togliere

questo pezzo da una memoria

indifferenziata che ha così ben

descritto borges nel suo meraviglioso

ireneo funes una memoria indifferenziata

che senza questa sottrazione sarebbe un

deposito di rifiuti

e proprio grazie a questa sottrazione

grazie al fatto che io posso commettere

una serie di intuizioni che io posso

pensare quindi potremmo dire proprio che

la differenza più importante della

fotografia è proprio questo costruire

un’immagine attraverso una sorta di

stratificazione di senso

il fotografo sceglie che cosa prendere

il modo in cui lo sceglie può variare

perché

dipende dal rapporto che lui ha col

tempo il rapporto che lui ha con

l’irruzione che il caso fa all’interno

della sua inquadratura sono fotografi

che è come se giocassero a tennis

devono prendere una palla al volo ci

sono fotografi che invece è come se

gettassero degli addetti e non sanno

bene che cosa tireranno su sono

fotografi che si appostano e devono

aspettare aspettare che arrivi qualche

cosa in grado di rivelargli quello che

loro stanno cercando e poi ci sono

fotografi che stanno lì ti aspettano

perché è proprio la durata il tempo

come durata che vogliono registrare ma

volendo arrivare in fondo a questa

collana di parole vorrei dirvi quello

che per me è una sintesi visiva

tanto vi un’immagine che ho rubato in

questi giorni a venezia e l’immagine

tolta da un’epigrafe che ricorda un uomo

morto alla fine di una lunga vita che i

suoi cari hanno deciso di ricordare con

una sintesi che in qualche modo riassume

con un’immagine con la potenza di un

immagine il senso della sintesi visiva

certo che tutti questi ragionamenti che

io faccio sul senso che la fotografia

per me su come la fotografia ha

modificato la mia mente sviluppando

delle parti atrofizzando le altre su

come io interagisco con la scena anche

cambiando la come qualche fisico ha ben

dimostrato come il mio stesso osservare

va a cambiare la scena fino ad arrivare

al parossismo di essere un proiettore di

realtà tutte queste cose che la

fotografia mi ha regalato in questi

trent’anni a qui devo moltissimo perché

io sono quello che sono

per queste cose che ho avuto la

possibilità di

approfondire mi lasciano comunque un

dubbio una domanda principale importante

ed è ok ma se tutto questo serve per me

a che cosa serve al mondo che io sia una

fotografa il più i e più in generale a

che cosa serve oggi nella primavera del

2017

in un’epoca in cui la fotografia da

strumento di attenzione è diventata un

modo per non essere presente al nostro

presente in cui si fotografa prima di

guardare qui non si mostra prima di

vedere che senso ha oggi che ci siano

dei fotografi professionisti ancora un

valore oggi la fotografia per in qualche

modo inerpicarci in questo ragionamento

allora farei ancora un passo indietro e

vorrei un po spiegarvi nello specifico

in che cosa consiste il mio lavoro io

fotografo spazi lo faccio da trent’anni

e diciamo che il mio lavoro avrebbe una

grande vocazione di essere semplicemente

una riduzione perché ridurre uno spazio

all’interno di un inquadratura sembra

assolutamente una riduzione perché non

lo sia

occorre che sia un interpretazione e

perché sia un interpretazione o cose

che io abbia degli strumenti perché

questa interpretazione sia dica che io

possa a sovrapporre dei livelli di

pensiero nel momento in cui vado

interpretare e quindi molto spesso devo

studiare devo anche traguardare dei

secoli che hanno secoli in cui sono

cambiati i codici di rappresentazione

dell’architettura devo fare tutto questo

farmi spiegare che cosa implica il

progetto dell’architettura io devo

tradurre l’idea che l’architetto ha

trasferito nell’opera che io sto

guardando più io sto rappresentando

però devo riuscire a fare tutto questo

senza che tutto questo sapere tutti

questi pensieri tutte queste cose che

devo studiare vadano come un rumore

della parte sinistra del mio cervello a

impedirmi di costruire il ponte di cui

io necessità per andare a fotografare

per andare a raccontare con un’immagine

questa cosa ho bisogno che sia la luce a

comandare il mio lavoro in un qualche

modo ho bisogno di capire di lasciar

parlare la cosa che io davanti mi sono

domandata tante volte se quello che io

faccio a una via ovvero se esiste una

domanda che mi viene posta dalle cose

che io sta fotografando se esiste un

modo per fotografare che è più consono

di altri se questa scelta è più se è

più giusta

anche rispetto all’idea che ha generato

l’opera e rispetto al tempo cioè se

esiste un modo in cui le cose ci

chiedono di essere fotografate ma

torniamo alla domanda principale ormai

molto tempo fa dieci anni fa parlavo in

macchina e ascoltato ascoltando la radio

accolto come la potenza di un immagine

un frammento di una trasmissione in cui

si diceva che la società controlla gli

individui uno dei modi in cui la

società controlla gli individui a fare

credere loro che i problemi sistemici

abbiano una soluzione individuale mentre

si tratta di problemi sistemici che non

possono essere risolti individualmente

che possono essere risolti solo a

livello sistemico perché significa

anche collettivamente tutti insieme

allora ho pensato ma allora io tutto

quello che faccio per comportarmi bene

per fare bene le cose che faccio anche

eticamente intendo tutto il percorso che

io faccio per lasciare un mondo migliore

di quello che ho trovato forse non basta

non ha senso

forse io devo fare un passo in più

forse io devo cambiare il contenitore e

quindi ho pensato io voglio essere la

miccia è ovviamente dovevo farlo usando

quello che so fare facendo quello che so

fare

quindi ho iniziato come prima azione a

mescolare il mio modo di lavorare con

quello del reportage quindi a non

pensare che fotografare gli spazi e

fotografare le persone siano due generi

fotografici distinti ma che possano

essere due parti di una stessa

spiegazione di uno stesso racconto ho

iniziato a lavorare con isabella balena

su gerusalemme e poi successivamente con

un foglio orsenigo con cui ho lavorato e

vissuto per vent’anni

isabella abbiamo sviluppato un

importante progetto per raccontare i

valori e disvalori del piano

paesaggistico della sardegna

il piano paesaggistico che ha valso alla

giunta soru un premio importantissimo

dell’unione europea e la testa del suo

governatore per che cosa succede succede

che se io voglio difendere un territorio

dall’aggressione di un mercato turistico

molto violento e lo faccio a suon di

leggi e decreti non funziona perché il

modello della costa smeralda entrato

così fortemente nella mente delle

persone che non è più semplicemente lo

speculatore che fa una porcheria ma è

anche il singolo che deve farsi una

casetta fa una porcheria perché il suo

modello è diventato quello lì quindi

io vado a fare un’azione culturale vado

a portare cultura come delle

infiltrazioni quando hai un braccio che

ti fa male

lo faccio in maniera capillare oppure il

modello quello sbagliato vince e quindi

io pensavo che la fotografia può

proprio servire per andare a inoculare

questo questo nuovo modo di pensare ma

che bisogna trovare un modo per farlo è

un’idea nuova che bisogna capire bisogna

far girare bisogna anche confrontare con

altri per questo poi nel 2009 a seguito

del terremoto dell’aquila

abbiamo armato un grandissimo progetto

chiamando a raccolta tutti i giovani che

avevano i giovani fotografi che avevamo

formato nei corsi dell’università di

architettura di venezia e abbiamo

cercato in dieci erano circa dieci

fotografi abbiamo lavorato per un anno e

andare a colmare con l’enorme distanza

tra quello che noi vedevamo è quello

che ci veniva raccontato che era una

cosa vergognosa assurda e soprattutto

per usare il tema di questo disastro di

una città che non c’è più

per far capire alle persone che cosa

significa come dice un’amica come ha

detto nicoletta una carissima amica

aquilani cosa significa essere orfani di

una città vivere in un luogo che ha

perso il suo centro storico suo

municipio la su tutti i suoi luoghi

dalle biblioteche non avere più nessun

luogo identificativo a livello

collettivo e quindi abbiamo fatto poi

questa mostra molto importante che è

andata prima di tutto a venezia a

palazzo ducale e poi ha girato in altri

luoghi facendo in modo che nessuno di

noi firma sulle sue fotografie perché

era un omaggio all’aquila ma abbiamo

discusso insieme moltissimo su come

costruire questo progetto

diciamo che abbiamo fatto un gruppo di

lavoro tutto insieme

abbiamo prodotto questo lavoro l’ultimo

atto ormai di quattro anni fa un lavoro

che è nato insieme da un’idea condivisa

con roberto sartori e antonio di cecco

lavorare ancora a l’aquila portare

all’aquila 50 fotografi e farli lavorare

fianco a fianco

ognuno con un cittadino questo perché

se io ritengo che la fotografia di

paesaggio sia destinata non

all’americano che deve mandare le

cartoline ma a risvegliare il valore del

bene comune negli abitanti di quel luogo

è chiaro che l’unica possibilità che

ho è mettere insieme lo sguardo esperto

allenato di un fotografo con lo sguardo

ravvicinato di un cittadino in modo che

possano nutrirsi a vicenda e stata

un’esperienza veramente speciale abbiamo

lavorato insieme per una settimana i

fotografi hanno discusso tra lavoro di

metodo di contenuti

i cittadini hanno nutrito tantissimo

questo processo e penso che ne siano

stati nutriti ma è un progetto troppo

grande per un gruppo di fotografi di

belle speranze noi siamo molto battuti

ma non siamo riusciti a coinvolgere le

istituzioni quelle stesse istituzioni

che si riempiono la bocca della parola

partecipazione e non pensano che la

cultura sia fondamentale che sia

necessario riportare la cultura e che si

sa che la fotografia come cultura visiva

sia uno strumento necessario per andare

a riparlare di partecipazione e di

paesaggio e questa la grande scommessa

che la fotografia possa tornare essere

utile e che un fotografo possa lavorare

per qualcosa di più che una mostra in

una galleria che possa farci vedere

qualcosa di più del suo ombelico quando

fotografa il paesaggio che tutti insieme

possiamo pensare che la cultura anche

quella visiva

sia un nutrimento che c’è fondamentale

è che questo per chiudere ancora con un

pensiero di robert adams che la

fotografia possa riacquistare il suo

valore riconciliatorio ci permetta di

riconciliarci con questi luoghi

sfigurati di questo paesaggio

meraviglioso in cui viviamo e possa

permetterci di dire tutti insieme sono felice di essere qui grazie

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