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Il teatro in carcere trasforma le persone | Elisa Carnelli | TEDxVarese


Traduttore: Peggy Berthier Revisore: Cristina Bufi-Pöcksteiner
Entro ed esco dal carcere da una decina di anni
e i miei reati non sono tentativi di rapina,
ma sono reiterati tentativi di fare del teatro, dell’educazione, della terapia
e qualche cosa che assomiglia all’arte.
La prima volta che sono entrata in carcere era il 2008, me la ricordo perfettamente,
perché per la prima volta ho visto dei detenuti, dei criminali dal vero,
ed erano lì davanti a me e io che mi chiedevo:
“Chissà se hanno spacciato o rubato, non avranno mica ammazzato qualcuno”,
perché mi sembrava veramente impossibile,
erano delle persone assolutamente normali davanti a me,
e dei ragazzi, degli uomini, alcuni erano anche decisamente carini.
Da allora non ho più smesso, e se mi chiedete il perché
è perché credo che in nessun posto come in galera
il mio agire abbia portato della trasformazione.
Io vengo dal teatro, dove tutto è trasformazione,
storia e personaggi, materiali,
eppure in nessun posto come in carcere
ho potuto assaporare il potere trasformativo del teatro
e non sugli oggetti o sulle storie, ma direttamente e incisivamente
nel nucleo delle persone, che per un po’ di tempo giocano a fare gli attori.
E allora ho deciso di scommetterci su questa trasformazione
ed è questa l’idea che secondo me ha senso raccontarvi oggi:
di come abbia un’utilità e un senso portare della trasformazione in carcere,
attraverso gli strumenti del teatro e della drammaterapia.
Drammaterapia, che di drammatico ha soltanto il nome,
perché in realtà è una terapia a mediazione artistica
che utilizza gli strumenti appunto del teatro e del dramma
per lavorare sulla prevenzione, sulla cura, sull’educazione
e sulla rieducazione.
Se voi ci pensate, noi come società civile diamo al carcere una missione,
che è una missione trasformativa, come se fosse il cappello di un mago,
un cilindro in cui mettiamo dentro un fazzoletto
et voilà, tiriamo fuori un coniglio.
Noi chiediamo al carcere di contenere delle persone, fare una qualche magia
e restituirci delle persone trasformate in persone oneste, per bene.
Avevamo messo dentro ovviamente dei delinquenti.
Questa magia non funziona sempre,
purtroppo non funziona neanche spesso, visto i dati altissimi delle recidive.
È una missione trasformativa quella che noi diamo in un istituto penitenziario,
e allora mi sono chiesta:
quali sono gli strumenti del dramma e del teatro che possono essere utili
e in qualche modo concorrere a portare questo cambiamento, questa trasformazione,
che noi legittimamente come società civile ci aspettiamo che lì dentro avvenga,
quindi, un passaggio da un delinquente a una persona per bene.
Secondo me ci sono molti degli strumenti del teatro, della pratica teatrale,
che possono essere utili per operarlo questo cambiamento.
Ve ne racconto alcuni che però secondo me sono i più significativi.
Innanzitutto: a far teatro si fa fatica, si fa una grandissima fatica.
Io immagino che pochi di voi sappiano tutto il lavoro
che c’è dietro due ore di spettacolo.
Lavoro anche fisico proprio in termini di sudore da parte degli attori
che sono sul palcoscenico.
Ecco, molti degli attori detenuti,
con cui lavoro io, con cui lavoriamo noi in carcere,
sono delle persone che nella loro vita non hanno fatto fatica un giorno solo,
perché in carcere ci si va per disperazione,
anche per mancanza di mezzi culturali e materiali,
ma ci si va anche per amore di una vita comoda.
Conosco persone che non si sono mai alzate alle 6:00 del mattino
per andare a lavorare alle 7:00,
perché i soldi a fine mese entrano per dei canali più facili e più comodi.
Quando si fa teatro tutto questo non funziona.
Se devi fare uno spettacolo, o vieni alle prove, o fai le prove,
o studi la memoria, o provi 120.000 volte quel singolo gesto, quella battuta,
quella partitura di movimenti, o semplicemente uno spettacolo non si crea.
Se non vieni alle prove,
non puoi pensare di mandare uno scugnizzo che faccia le prove
e tu ti presenti alla fine la sera del debutto a prendere gli applausi,
perché non funziona così.
Ed è esattamente questo quello che noi stiamo insegnando a questi detenuti
nel fare teatro: che tanto lavori, tanto ottieni.
Stiamo insegnando la fatica per ottenere un risultato che non è scontato,
ma è un risultato che deve essere sudato e guadagnato,
e stiamo insegnando una disciplina.
E io credo che, all’interno del cappello del mago,
sia bene che una disciplina in qualche momento la si apprenda, si possa imparare.
Un altro degli strumenti che da il teatro
è quello del poter lavorare sulla collaborazione,
che è diverso dell’associazione a delinquere:
sia l’associazione a delinquere che il lavoro di gruppo in altri ambiti
hanno alcuni principi condivisi,
ma diversi sono sicuramente i metodi e gli scopi,
perché il teatro per antonomasia è non a scopo di lucro,
non è a scopo di lucro neanche per chi lo fa di mestiere,
quindi figuriamoci per tutti gli altri, insomma.
In teatro, se non ci sei, se non fai quello che devi fare
rischi di compromettere lo spettacolo di tutti.
In carcere potrebbero fartela pagare,
ma nel fartela pagare non ci guadagna nessuno.
Se il tuo compagno dietro le quinte non si ricorda la battuta,
non sa quando deve entrare, ecco, quello è un problema tuo,
perché non ne va del suo spettacolo, ne va del tuo spettacolo, del vostro spettacolo.
C’è soltanto il nostro, in quel momento.
E lui il suo errore, la sua distrazione, sono una cosa che deve riguardare te
e a cui tu devi porre rimedio.
Perché non puoi scappare, salvare la tua pelle:
in quel momento non c’è la tua pelle, c’è soltanto la nostra pelle.
Questo credo che sia il germe del senso civico, di una responsabilità civile,
che manca o che è mancata a chi delinque,
e noi stiamo provando a fare questo:
ad insegnare a queste persone, attraverso il teatro,
a prendersi cura degli altri, delle cose degli altri come se fossero mie,
perché sono mie in quel momento, sono nostre,
perché siamo una compagnia teatrale e nel grande siamo una polis, una società.
E poi c’è un altro tema che a me sta particolarmente a cuore:
il teatro permette di riabilitare la propria immagine di sé.
Si fa tantissimo parlare in ambito pedagogico ed educativo
di quanto sia importante fornire ai bambini nella fase della crescita
delle immagini positive di se stessi e quindi migliorare l’autostima.
Voi immaginate che il teatro, il carcere – anche il teatro – è pieno di bambini,
che hanno dei corpi muscolosi, palestrati, tatuati, brutti e cattivi a volte,
ma che dentro conservano uno spirito infantile
che tante volte è stato traumatizzato,
perché in carcere ci si va per amore della suddetta vita comoda,
ma in carcere c’è anche chi ci finisce
perché non ha nessuna possibilità di un altro destino.
C’è chi lì dentro non ha vissuto altro se non violenza, se non delinquenza.
C’è chi ha sempre vissuto ai margini della legalità, del lecito.
Chi nella vita ha imparato solo a cavarsela da solo
a dare, prendere botte,
e soprattutto c’è chi non si è mai sentito dire:
“Bravo! Complimenti! Va’ che cosa bella che hai fatto! Sei stato bravo!”
Questa è la mia domanda fondamentale:
“Come pensiamo di trasformare, di chiedere un cambiamento
a delle persone che di se stesse sanno soltanto di essere dei buoni a nulla,
dei poco di buono, dei delinquenti, dei cattivi?”
“Come facciamo a chiedergli di mantenersi nel giusto,
se questa persona di se stessa sa soltanto di essere un delinquente
perché nessuno gli ha mai detto, quando era grande così,
che c’era una possibilità diversa?”
“Come possiamo chiedere a qualcuno di mantenersi nel giusto,
se lui questo giusto semplicemente non lo conosce?”
Il teatro permette a molti di questi detenuti
di percepirsi per la prima volta in un’altra maniera,
di prendere un applauso, di prendere un complimento.
Voi provate ad immaginarvi di mettervi davanti allo specchio
e non poter elencare una cosa buona, di valore,
che avete fatto nella vostra vita.
Che motivazione avreste di mantenervi nella giustizia?
Un po’ di mesi fa abbiamo portato in carcere a Busto Arsizio
una compagnia di 10 detenuti, e c’erano più di 500 persone a vederci,
forse volevano vedere che faccia avevano questi brutti ceffi.
Hanno scoperto che sono delle persone normali,
alcuni anche dei buoni attori.
E quando si è aperto il sipario si è sentita levare dalla platea
la voce di una bambina che chiamava papà.
Questa bambina aveva visto suo papà Willy sul palcoscenico, che usciva per recitare.
Questa bimba il suo papà Willy
lo vede da tre anni soltanto un’ora la settimana, nella sala dei colloqui,
che è una sala abbellita, ma è comunque la sala di una galera,
ci sono altre persone.
E il suo papà lo sente per 10-15 minuti la settimana, per telefono.
Voi pensate quanto bene ha fatto a questa bambina
vedere quella sera il suo papà Willy, lì bello sul palcoscenico,
bravo, applaudito da tutti, che sapeva recitare, che faceva ridere.
Per quella bambina, suo papà quella sera era tornato ad essere il supereroe
che ogni papà dovrebbe essere per una figlia.
E provate a pensare
quanto bene ha fatto a questo papà potersi far vedere così dalla propria famiglia.
Una famiglia che ha deluso, che è lontana
e di cui non può prendersi cura,
una famiglia verso la quale sicuramente si sente in colpa.
Questo significa cambiare la propria immagine di sé.
Questo significa permettere di percepirsi in un modo diverso,
in un modo che è buono, costruttivo, socialmente accettabile ed accettato,
e questo per un detenuto, che presto diventerà – presto o tardi –
diventerà un ex detenuto, è importante poterlo fare.
Devono potersi immaginare con una potenzialità di buono interno,
per poter aderire a quel cambiamento,
e allo stesso modo è importante che la società possa immaginare
una potenzialità positiva in quelle persone.
Perché altrimenti come facciamo a reinglobarli,
come possiamo poi reimpiegarli costruttivamente?
Questo è quello che stiamo tentando di fare all’interno del carcere di Busto,
da una decina d’anni con questa nostra avventura teatrale,
e abbiamo fatto un’associazione di recente per riuscire a farlo un po’ meglio.
Si chiama “L’oblò”,
perché noi abbiamo un’idea di carcere che è come una sorta di grande nave,
che porta delle persone da una libertà a un’altra libertà, una prossima libertà.
Noi vogliamo esserci in questo percorso,
perché questo tragitto sia il più significativo possibile
e per poter fare in modo che l’arrivo alla prossima libertà
sia un po’ migliore di quello precedente.
Quello che stiamo facendo attraverso gli strumenti del teatro
e della drammaterapia, è rieducazione.
Rieducare, che significa
riportare ad un ambito di dignità le persone che la dignità l’hanno persa,
stanno giustamente pagando per quanto fatto;
ma finché questa dignità non viene in qualche maniera ripristinata,
a mio avviso non è possibile in nessun modo un reale cambiamento.
Nelle parole del mio grande amico Pino, detenuto di lunga data,
che ha acquistato un tot di saggezza: “Rieducare è ridare dignità”.
Nelle mie parole, rieducare è restituire al bello,
perché io sono anche quello che gli altri vedono di me
e se per una sera una platea intera invece di vedere il disgraziato, il delinquente,
di me, vede un attore bravo, capace, che sa far ridere, che sa far piangere,
che sa far emozionare, può essere che anch’io scelga di aderire
a quello che per una sera gli altri hanno visto,
a quell’immagine buona di me che gli altri hanno visto
e può essere che io scelga di cambiare e di tornare a crederci: può essere.
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